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Parlano di Noi

  • Leuca

    Da: quiSalento 1-15 Luglio 2009

    Leuca dal mare è tutta un’altra cosa. Quando la terra sembra finire, e un cartello ad un bivio sancisce che questa è la soglia de finibus terrae, un nuovo scenario può aprirsi se si è disposti a lasciare la costa solcando i capricci delle onde.
isacco

Il faro svetta sull’akra japigia, il promontorio che dei millenni di approdi e partenze è memore silente, verdeggiato dalle fronde osannate dai grilli che fanno eco al tramandarsi di miti e leggende. Dove un tempo si adorava la dea Minerva oggi si invoca la Madonna, e il santuario d’un fulgido candore si contende “il giudizio di Paride” con le celebri ville variopinte, ma è sbagliato credere che Leuca sia tutta qui.
Grotte, anfratti e calette si celano alla vista, anche di quei “signori” che hanno incastonato le proprie case a picco sul mare, pressappoco mimetizzate da strutture a secco che, sbeffeggiando demanio e veti, camaleontiche si sono accaparrate un posto in prima fila verso l’infinito. Caverne, giochi di luce e sculture del mare eclissate perfino ai terrazzamenti dispettosi che si sono distesi sulla nuda pietra, come cavee d’un antico teatro greco all’incrocio dei due mari.
Per esplorare le grotte di Leuca non servirà un “apriti sesamo” di fiabesca tradizione, ma un valido “lupo di mare” per condurre l’immaginazione dove non contava d’arrivare: Isacco Margarito, leuchese doc, aveva sette anni quando il nonno gli donò un gozzo e la libertà di remare. È socio fondatore della “Byron Sea”, nome insolito per un’attività legata al mare. “Inizialmente”, racconta Isacco, “volevo onorare la memoria del mio bisnonno Michele che nel 1918, durante la guerra, salvò 108 soldati francesi da una nave silurata che affondava lentamente”. Avvistata l’esplosione, l’antenato vogò per sei ore prima di raggiungere la nave. Il mare poi, impietosito, restituì i corpi di chi non ce la fece, che ebbero degna sepoltura nella cappella francese, ancora esistente, al camposanto di Castrignano del Capo. Se non che Byron, splendido e fedele Terranova da salvataggio della moglie di Isacco, morì a pochi giorni dalla creazione della cooperativa, e nacque così la “Byron Sea”.

grotta
La barca lascia il molo e la guida, sguardo verdazzurro attinto dal mare, celebra il borgo “leukòs” e indica la monumentale scalinata alla fine dell’Acquedotto pugliese. Leuca ozia, sdraiata tra Punta Meliso, guida spirituale per i pellegrini e avamposto luminoso per i naviganti, e Punta Ristola, giro di boa, cuspide della penisola salentina. La costa s’allontana, le ville sono gocce di tempera su tela bianca, cornice d’azzurri a confronto diluiti nel verde della collina su cui il tempio sacro è un’acropoli lattescente. La sentinella del mare, con i suoi 102 metri, veglia su Gianluca, il sub che nell’assolata mattina, realizza il suo sogno depositando a 15 metri di profondità, la statua della Madonna del mare. Niente telecamere né preti, solo la maestosità del faro è testimone dell’evento, mentre una corona di fiori galleggia sulle acque e chiede protezione per la gente di mare. I gabbiani librano il vento indicando al motoscafo la rotta; le scie di spuma prolungano quelle fumose dei solcatori del cielo e i blu si stemperano in una tavolozza di tonalità.

La prima sorpresa, vista dal mare, a Levante è una villa privata che, come metafora di gironi danteschi, sotto la soglia del paradiso, si stende nella “zona militare”; sono dunque questi “Gli umili luoghi” citati da Vittorio Bodini in “Finisbuterrae”? Proprio qui “i salentini dopo morti fanno ritorno col cappello in testa”? Muretti a secco fanno le gradinate del teatro, spalti vuoti assistono, a fine giornata, allo spettacolo del mare che ingoia un sole d’arancia. Vertiginosa è la scogliera, si staglia inespugnabile a picco sul mare, come roccia che non vuole capacitarsi d’aver ormai assolto al compito di scoraggiare sanguinari conquistatori d’Oriente: “Qui il fondale sta minimo a 50 metri”, informa Isacco, “perciò noi leuchesi lo chiamiamo mare spunnatu (letteralmente “sprofondato”, Ndr)”. I capolavori della natura, però, solo da qui si possono ammirare, dal mare stesso che nei millenni li ha scolpiti e levigati con la sua creatività, a seconda dell’umore. Quelle che da lontano appaiono ombre lunghe e strette, protese verso il cielo come guglie gotiche sulla pietra coccolata dal sole, d’improvviso guadagnano profondità nella terraferma, schiudendosi come bocche meravigliate, mentre l’estro dell’uomo perde fascino paragonato al talento delle onde. Prima tappa: la Grottella, meta preferita per le arrampicate a mani nude. Sono tanti e curiosi i nomi che i leuchesi hanno dato alle caverne, come la Grotta di Terrarico, detta Tenda degli indiani.
soffio
Addentrandosi in profondità si scopre che i piccioni sono i suoi unici abitanti, le pareti sfumano in un verde fluorescente che degrada nel viola, catarifrangente al percorso dello scafo. Il logorio delle onde, a Est quasi sempre bizzose, ha creato all’entrata un mostro di pietra che, tra qualche secolo, s’inabisserà nel mare. “L’erosione modifica ogni giorno le rocce”, spiega Isacco, “e noi ci accorgiamo delle differenze anno dopo anno”. Da qui solo 46 miglia, due ore appena, separano il Tacco dalle “sacre sponde” che si specchiano “nell’onde del greco mar da cui vergine nacque Venere”, un canale sempre pronto a stupire, con i delfini che si affiancano ai naviganti ridendo o, rammenta Isacco, “pescecani lunghissimi, come quello che una volta scortò minacciosamente il mio gommone di otto metri, e lui era ben più lungo. Chi se lo dimentica…”
Giunti alla Grotta de lu purraru, guardando in alto, stalattiti acuminate incedono dall’unico punto in cui il fragore del mare non arriva, mentre la Verdusella è interdetta alla navigazione per via di un masso in bilico pronto al tuffo del non ritorno. Nella rientranza successiva l’accesso privato di un residence ha inflitto alla roccia ferro e corde: la discesa dei privilegiati non è comunque agevole e la ferraglia stona quanto un inutile deturpo. Isacco volge la prua alla Grotta dell’orto cupo “il cui interno”, spiega, “è simile a un orticello buio e tranquillo”. Le pareti rocciose sembrando mosse dal vento e un gioco di luci diverte occhiate repentine che non vogliono farsi sfuggire riflessi unici di cristallo liquido. Continua...