extra-img

La nostra Storia!

  • naufrago

    Storia di un naufragio

    L’ultima più esatta versione della tragedia mi è stata oggi fatta da uno dei due unici graduati salvati. Non vi dirò il suo nome per convenienze e perché ciò non è permesso; esso è un giovane alto, robusto, nativo di Passi di Carati.

Le dodici ore passate a nuotare per superare le venticinque miglia che lo separavano dalla terra, non lo hanno affatto accasciato. Solo la morte di tanti suoi colleghi e fratelli lo attrista e lo fanno piangere durante tutta la triste tumulazione. Con parloe brevi, piene di rimpianto per la bella nave perduta, egli mi narra che al momento della tragedia riposava. Egli aveva il grado di mastro timoniere e godeva perciò di una cabinuccia ove dormiva da solo. Smontato di servizio alle 10, dopo aver lungamente scritto alla mamma e alla fidanzata, si era messo a letto da poco, quando un urto terribile, accompagnato da uno scoppio enorme lo sbalzava giù dalla cuccetta, sbatacchiandolo contro la parete opposta. Appena rialzato, ancora tutto stordito, aveva appena il tempo di buttarsi fuori dall’uscio e salire in coperta. La nave dava tutta di banda a destra, così che era difficile poter camminare sul ponte se non arrampicandosi con i piedi e con le mani. La notte era chiarissima e la luce fredda della luna gettava delle ombre nerissime dietro tutte le sporgenze.

mattino
Al timoniere parve di vedere distintamente l’ammiraglio Senès assieme agli altri ufficiali, tutti riuniti sul ponte di comando. Nonostante che molti marinai fossero occupati presso le scialuppe di sinistra, un silenzio enorme, schiacciante riempiva l’aria. Il timoniere non sa più quanto tempo impiegò per raggiungere la parte alta della nave, ma egli crede, nonostante che quei momenti gli fossero sembrati dei secoli, che non passarono più di cinque o sei minuti. Arrivato che fu in alto si sporse. La nave doveva essere inclinata di più durante la sua ascensione perché egli dice che gli sembrò di guardare in una voragine e che ebbe quasi paura di saltare.

In quel momento nel silenzio glaciale rotto solo dall’ormeggio dei marinai una voce calma e sicura risuonò: "Mes enfants, coupez les amarres! Vive la France".Era l’ammiraglio, che in camicia, appoggiato alla balaustra. Con ambedue le mani, dava l’ordinedi tagliare le corde delle scialuppe per affrettare il salvataggio. Lo spettacolo era sublime e il mastro timoniere ritiene che non lo dimenticherà mai più. Qui la versione lucida e precisa si arresta. Il timoniere non udì se non i rumori secchi delle corde tagliate e lo sciaquio violento che le imbarcazioni producevano cadendo in acqua. Poi uno scoppio enorme, un urto e il risveglio nell’acqua gelida. Egli nuotò per qualche tempo cercando di vincere la resistenza delle acque che lo trascinavano verso la nave che affondava. Alzò la testa un momento e vide una gran macchia oscura, la parte inferiore della chiglia che scompariva lentamente con un lieve movimento circolare. L’acqua gorgogliava lentamente, sinistramente e girava girava. Uno sconforto immenso , una assoluta sicurezza di morire, lo prese e si lasciò andare perdendo la cognizione di quanto accadeva.

Rinvenne e si trovò aggrappato con ambedue le mani ad un grosso pezzo di legno, il resto di una delle grosse scialuppe. Cominciava ad albeggiare, ma la luna era scomparsa ed una tenebra alquanto fitta impediva di vedere a due metri davanti a sé. Udì delle voci e si accorse che non era solo. Aggrappati come lui al epzzo di legno erano altri undici compagni, che cercavano di dirigere nuotando con i piedi il rottame verso la costa, una tenuissima linea violetta che i primi arbori disegnavano incertamente. Il timoniere non sa che ora poteva essere. Certo è che passò molto ma molto tempo, quanto bastò per far scomparire ad uno ad uno i suoi undici compagni,uccisi dalla fatica immane.
Fu raccolto esausto da un cacciatorpediniere italiano. Avendogli domandato di precisare a che ora avvenne il primo urto egli mi ha dichiarato che la versione ufficiale che fissa il primo urto alle 1.30 è errata poiché l’orologio della camera comune , che egli attraversò, e che era abitualmenterischiarato da un lumicino a olio, segnava mezzanotte e venti. Il primo siluro colpì la nave a prua a destra, fece spezzare l’albero d’acciaio sostenente la gabbia ricevitrice dell’apparecchio radiotelegrafico, aperse una falla che fece piegare la nave sulla destra ed allagò la camera della dinamo. Il secondo invece colpì la nave proprio nel mezzo e a parere del mastro timoniere fece scoppiare le caldaie. La nave dovette affondare rapidissimamente dopo il secondo siluro, certamente, in meno di diecii minuti. Continua...